Storia del Vivaismo

In passato, nell’agricoltura, l’autoapprovvigionamento del materiale delle piante coltivate era una delle regole fondamentali.
La vite veniva propagata per talea, margotta e propaggine, senza difficoltà e con costi minimi; l’innesto era gia conosciuto dai Romani, ma lo scopo era di cambiare semplicemente la varietà, e comunque era un’operazione molto rara.
Grazie alla scoperta del Nuovo Continente, con l’avvento della filossera e soprattutto dopo le gravissime difficoltà iniziali sopportate soprattutto dalla viticoltura francese, si è potuta impostare la nuova tecnica di viticoltura sul piede americano.
Tale radicale trasformazione ha fornito un grande impulso alla ricerca ed ha consentito a molti ricercatori dell’epoca come Couderc, Cavazza, Kober, Dalmasso, Prosperi, Ruggeri, Teleki, ecc. di legare il loro nome e lavoro con la nuova viticoltura.
Dalla fine del XIX secolo fino ai primi anni 20 del XX secolo, l’attività vivaistica è risultata parziale, perché ogni viticoltore produceva in proprio le barbatelle franche che poi innestava a dimora; spesso i viticoltori erano ottimi selezionatori ed innestatori, proprio perché prelevavano le marze dai ceppi migliori.
Negli anni di seguito, anche se tra i problemi legati all’economia internazionale, la produzione ed il commercio delle barbatelle innestate aumenta, ma sarà del secondo dopoguerra che tale attività si ingrandirà e moltiplicherà, soprattutto nell’Italia del nord ed in Piemonte, regione ricca di terreni adatti.
L’innesto viticolo rimane comunque tutt’ora una delle biotecnologie più diffuse e sicure, sulla quale continuano ricerche e sperimentazioni, per ottenere, con la selezione clonale e sanitaria, l’adattamento a suoli, vitigni ed ambienti necessari per migliorare sempre di più la qualità dei vini.